Categoria: Notizie

Le Suffragette e il diritto di voto universale

Oggi, l’Italia è chiamata alle urne per definire la composizione del Parlamento per la prossima legislatura. Uomini e donne potranno esprimere le loro preferenze attraverso il voto elettorale. Sembra una cosa scontata, per alcuni addirittura una scocciatura, ma è bene ricordare che il diritto di voto universale è una conquista recente, soprattutto per le donne.

Lo scorso 6 febbraio 2018, nel Regno Unito, si è festeggiato il centesimo anniversario dalla conquista del suffragio universale. Le donne hanno lottato, scritto, manifestato, lavorato, scioperato e fatto sentire la loro voce per numerosi decenni prima di riuscire ad ottenere il riconoscimento della capacità di esprimere il proprio voto, oltreché essere esse stesse candidabili.

Le prime forme moderne di lotta per un’uguaglianza di genere risalgono all’epoca degli illuministi e alla Rivoluzione Francese. Protagonista di quest’epoca storica fu indubbiamente Olympe de Gouges (1748-1793). Olympe partecipò attivamente alla Rivoluzione Francese, scrivendo numerosissimi manifesti e volantini, pubblicò anche un’opera, Le prince philosophe, con cui rivendicava la totale uguaglianza tra uomini e donne, il diritto al divorzio, il diritto di voto, ma anche la libertà degli schiavi e molto altro. Un’autentica progressista, la prima forse ad organizzare gruppi di donne, ma che venne ghigliottinata nel 1793, dopo aver contestato Robespierre e difeso Re Luigi XVI, perché contraria alla pena di morte.

Fu solo a cavallo tra il 1800 e il 1900, però, che si formarono i primi movimenti organizzati di emancipazione femminile. Le protagoniste di questi movimenti sono passate alla storia come Suffragette, perché manifestavano soprattutto in favore del diritto di voto. Queste donne sono state derise, discriminate, arrestate e troppo spesso vittime di violenze.

Nel Regno Unito, fu Millicent Fawcett (1847-1929) a fondare il movimento National union of Women’s Suffrage, nel 1897. La svolta arrivò diversi anni dopo con l’avvento della I Guerra Mondiale quando, con la maggior parte degli uomini impegnati al fronte, le donne furono incaricate di svolgere numerose mansioni tradizionalmente considerate maschili, rendendo quindi impossibile non rivedere la considerazione delle capacità femminili. Così, nel 1918, esattamente 100 anni fa, le donne britanniche ottennero la capacità di voto per le elezioni nazionali. Questa conquista, però, non fu ancora per tutte: inizialmente fu riconosciuta capacità di voto solamente alle mogli dei capifamiglia, di età superiore ai 30 anni. Solo nel 1928 il diritto di voto venne esteso a tutte le donne del paese.

In Italia, invece, per ottenere il suffragio universale si dovette aspettare la fine della II Guerra Mondiale quando, finalmente, nel 1946 tutti i cittadini italiani, sia uomini che donne, con più di 21 anni, furono chiamati ad esprimersi nelle elezioni amministrative di primavera e successivamente nell’elezione dell’Assemblea Costituente e nella scelta tra repubblica o monarchia, votando per il referendum del 2 giugno.

Nel nostro paese sono passati solamente poco più di settant’anni da quando è stato concesso a tutti il diritto di voto. Teniamolo a mente oggi. Votare è un diritto e un dovere, foss’anche solo per onorare chi ha dedicato la propria vita lottando per concederci questo privilegio.

E.B.

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Gender Pay Gap, il divario salariale tra uomo e donna

Il World Economic Forum (WEF) nel 2015 ha stilato un rapporto sule differenze di genere, mettendo a confronto 145 Paesi nel mondo (i risultati di questo rapporto sono stati presentati in un precedente articolo e li potete leggere cliccando qui). Secondo gli esperti del WEF, a fronte delle analisi effettuate, per colmare il “pay gap”, cioè il divario salariare tra uomo e donna a parità di ruolo, ci vorranno ancora 116 anni. Quindi, conti alla mano, andando avanti così le cose la parità salariale tra uomo e donna non si realizzerà prima dell’anno 2133.

Disarmante? Frustrante? Decisamente sì.

In Italia, secondo un’indagine di Almalaurea su un campione 210mila laureate, dopo un anno dalla laurea e a parità di condizioni l’uomo guadagna il 14% in più della donna; dopo 5 anni la percentuale sale al 22%. Questi dati non fanno altro che confermare una condizione di discriminazione che genera per le giovani laureate una prospettiva economica e professionale poco soddisfacente. Nel primo anno dalla laurea il dato si fa più preoccupante per le donne che hanno già un figlio a carico per le quali la percentuale di coloro che trovano un impiego scende al 27% rispetto al 39% delle colleghe neolaureate senza figli. Da evidenziare però come dopo 5 anni si inverta la tendenza. In Italia, inoltre, le donne dopo la nascita del primo figlio non sono sufficientemente supportate da sistemi di welfare (tra i quali idonei servizi per l’infanzia come ad esempio gli asili nido aziendali), che potrebbero indurre le stesse a cercare un’occupazione o a non abbandonarla per difficoltà nell’organizzazione quotidiana. In Italia il tasso di occupazione femminile nel 2010 si attestava al 46,1%, quasi 10 punti in meno rispetto alle previsioni dell’Unione Europea stabilite dal Trattato di Lisbona.

La situazione non è delle migliori neanche per gli altri paesi sul Mediterraneo, come nel caso della Spagna dove agli inizi del 2017 il pay gap tra uomo e donna a parità di impiego si attestava al 23,50%, come analizzato in questo articolo pubblicato su El Mundo. Una situazione che negli ultimi anni, contro tutte le migliori prospettive, è andata peggiorando: passando da una differenza del 22,55% nel 2010 al 23,25% del 2014.

 

L’economicità della parità salariale anche per le aziende e come cercare di ridurre il divario

Il problema della disparità di trattamento salariale è dannoso economicamente anche per le stesse aziende che lo praticano: quelle che hanno delle donne in posizione apicale tendono ad avere maggiori profitti, come emerge da uno studio effettuato su un campione di 22000 aziende in 91 Paesi, ad opera del Peterson Institute for International Economics, un gruppo noprofit con sede a Washington, e della società di revisione Ernst and Young, citato anche da un articolo del New York Times. Avere almeno il 30% delle donne in posizione di leadership aumenta del 6% il margine di profitto di una azienda.

Come suggerisce Rohma Abbas nel suo articolo Why should employers care about the gender pay gap?”, che potete leggere cliccando qui, il primo modo con cui le aziende possono cercare di ridurre la disparità salariale è smettere di chiedere in fase di assunzione la storia dei salari precedentemente percepiti. La domanda sull’importo del precedente stipendio non fa altro che incrementare il pay gap, perché tende a cristallizzare l’iniquità salariale a cui spesso le donne erano già soggette col precedente impiego. Sulla base di questi presupposti è stata così formulata nello stato USA del Massachussets la “equal pay law”, che entrerà in vigore a partire dal 2018, che vieta ai datori di lavoro di chiedere dei salari precedentemente percepiti. Un ottimo esempio proattivo che si spera abbia un seguito ben più ampio e che si estenda anche oltre confine.

Anche promuovere, tramite workshop o simili, l’aumento di competenze negoziali potrebbe aiutare a ridurre il divario salariale. Molto spesso in fase di assunzione le donne sono restie ad intraprendere una negoziazione relativa all’importo del proprio stipendio, perché temono di essere percepite dal datore di lavoro come aggressive o irrispettose.  Promuovere corsi per aumentare le competenze negoziali permetterà inoltre di avere impiegati e manager più capaci ed efficaci nei loro ruoli.

Per le società che soffrono di una disparità di genere in settori specifici potrebbe essere d’aiuto programmare un percorso di carriera specifico come soluzione a lungo termine che riduca il divario salariale e altre disparità di genere. Promuovendo inoltre specifiche politiche di genere, come quelle relative ai benefits per maternità e paternità, o possibilità di lavoro a distanza.

Esistono molti altri possibili sistemi da utilizzare per promuovere la parità salariale, in Italia e in molti altri paesi del mondo la strada è ancora lunga, ma l’augurio è che non si debba aspettare fino al 2133 per ottenerla. Penso sia importante per raggiungere l’obiettivo di una piena parità di genere (nel mondo del lavoro e oltre) non perdere mai la visione di insieme, perché altrimenti si rischia di costruire una coperta troppo corta che scopre i piedi quando vuole coprire la testa. Per questo nel prossimo articolo vi racconterò di un altro problema che affligge il mondo del lavoro: il glass ceiling, noto in Italia come “soffitto di cristallo”.

 

E.B.

 

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Come può influire la semantica sulle questioni di genere

La semantica, intesa come quel il ramo della linguistica che studia il rapporto tra significante e significato, è (o perlomeno dovrebbe essere) sempre alla base della formulazione di un pensiero, in special modo quando tale pensiero viene verbalizzato e condiviso con un grande pubblico.

Qui vorrei presentare una mia riflessione, emersa negli ultimi giorni leggendo alcuni titoli di giornale.

Mi riferisco, ad esempio, all’ultimo numero della rivista Internazionale, dedicato in copertina alle donne e alle rivendicazioni promosse nel mondo, dove campeggia la seguente frase:

“Dagli Stati Uniti all’Asia un movimento contro il potere maschile”

Non intendo entrare nel merito dei contenuti, ma evidenziare quello che credo sia un problema di male utilizzo della parola e dei significati impliciti che da ciò possono derivare.

Un problema di semantica, appunto.

Personalmente ritengo che definire la ricerca di una parità di genere come un “movimento CONTRO il potere maschile” sia intrinsecamente sbagliato. Forse potrebbe andar bene parlando di strapotere maschile, oppure di abuso di potere maschile, o ancora di unicità decisionale maschile, ma non di potere maschile in sé. Dico questo perché se l’obiettivo è una parità di genere reale di considerazione e di opportunità, non possiamo scatenare una guerra contro il “potere maschile”, perché se c’è il merito è giusto riconoscerlo e in un’ottica di parità di genere ciò deve valere sia per la donna che per l’uomo.

Se a parità di condizioni e con equità di giudizio un uomo è più meritevole di una donna è giusto che sia lui a prevalere; viceversa se più meritevole risulta essere la donna allora sarà lei a dover prevalere. Così è la parità di genere.

Il vero problema è ottenere una parità di condizioni e un giudizio equo e non parziale. Su questo dovrebbero basarsi le rivendicazioni femministe. Su questo dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ponendo maggiore attenzione alle parole utilizzate, non riducendo il problema ad una mera guerra dei sessi, che certamente non porterebbe giovamento a nessuno.

E.B.

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Le discriminazioni di genere nel mondo del lavoro

Ormai non è certo una sorpresa che nel mondo del lavoro esistano delle discriminazioni di genere. Benché negli ultimi decenni siano stati introdotti nuovi meccanismi normativi per cercare di porre rimedio al fenomeno, il percorso risulta essere ancora in salita per le donne lavoratrici, tanto più se madri o con un progetto di maternità futura.

Tenete presente che questi fenomeni non sono certo localizzati solo nel nostro Bel Paese, ma come vedremo affliggono, con gradi diversi, buona parte del mondo. Segno che oltre agli interventi normativi serve davvero un cambiamento socioculturale diffuso.

Qui vorrei analizzare brevemente la situazione da una prospettiva più ampia.

 

Il rapporto del World Economic Forum

Secondo il rapporto stilato dal World Economic Forum (WEF) nel 2015 sulle disparità di genere, il lavoro fatto negli ultimi anni dagli stati per diminuire il divario tra uomo e donna è entrato in una fase di stallo.

Il rapporto WEF ha stilato una classifica sulla realizzazione di una efficace parità di genere analizzando, per ogni Stato, i diritti di uomo e donna, in quattro campi specifici: salute, educazione, capacità economica e partecipazione politica.

I primi posti appartengono ai Paesi Nordici: Islanda (1), Norvegia (2), Finlandia (3) che pur non avendo una piena parità di genere raggiungono il podio su 145 Paesi. L’Italia si piazza a quota 41, tra le Bahamas (40) e la Colombia (42).

La classifica completa la trovate qui.

Da notare come su 145 Paesi nel mondo solo quattro abbiano una maggioranza di donne attive nel mondo del lavoro, sono tutti stati africani: Ruanda (sesto in classifica sopra USA, UK, e Italia), Malawi, Mozambico e Burundi.

In questi Stati dopo il genocidio sono stati fatti grandi sforzi per portare molte più donne in politica, ottenendo così ottimi risultati: adesso il 64% dei loro Parlamentari sono donne. Anche sul piano lavorativo sono all’avanguardia rispetto alla percentuale di donne attive, che ad oggi supera l’occupazione maschile.

Nelle disparità di genere il rapporto WEF evidenzia come nell’ultimo decennio i maggiori progressi siano stati fatti nell’ambito dell’accesso all’educazione. Giungendo addirittura ad una inversione di tendenza nell’ambito dell’educazione superiore, dove emerge il dato significativo che in ben 98 paesi le donne neolaureate sono più numerose degli uomini. Questo dato, però, non trova ancora degno riscontro in ambito lavorativo, dove le donne, superate le discriminazioni in fase di accesso, si trovano spesso (e in buona parte del mondo) a dover affrontare situazioni come il “pay gap” e il “glass ceiling” (argomenti che affronteremo nei prossimi articoli); si evidenzia inoltre una tendenza al mobbing soprattutto ai danni delle donne.

Secondo i dati del WEF solamente tre stati nel mondo hanno più donne che uomini a ricoprire posizioni di comando, sono: le Filippine, le Fiji e la Colombia.

I dati suggeriscono anche che a livello globale le donne percepiscono economicamente quello che gli uomini percepivano 10 anni fa. Segno inequivocabile che molti sono i cambiamenti ancora necessari per ottenere una equa distribuzione di donne e uomini nel sistema paese di ogni stato nel mondo. E non solo, anche e soprattutto un equo trattamento e un’equa considerazione, che si basi sull’apporto che ognuno può fornire in base alle proprie competenze ed esperienze, senza guardare se si indossano la gonna o i pantaloni e tantomeno se si hanno figli o si progetta di averne.

Nei prossimi articoli vi presenterò in particolare due fenomeni caratterizzanti le discriminazioni di genere nel mondo del lavoro: il “pay gap” ossia la diversa retribuzione percepita da uomo e donna a parità di ruolo e mansioni; e il “glass ceiling” cioè lo sbarramento in salita che molto spesso le donne incontrano nel voler ricoprire cariche manageriali.

 

E.B.

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Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Oggi 25 novembre si celebra la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. I motivi per cui venne istituita questa ricorrenza, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999, sono evidenti nel nome che porta: purtroppo ad oggi la mancanza di rispetto verso l’essere umano in generale e la donna in particolare si palesano ancora attraverso una dilagante violenza fisica e psicologica ai danni del genere femminile. E questo avviene in tutto il mondo, con modalità e gradi di intensità differenti. Ratio di questa giornata è pertanto porre l’accento su questo problema sociale, volendo smuovere l’opinione pubblica verso una presa di posizione collettiva nell’arginare questo tragico fenomeno e al fine di trovare delle soluzioni rapide ed efficaci. Le ragioni per cui sia stata scelta proprio questa data risalgono al lontano 1961 quando le tre sorelle Mirabal furono vittime di un’accanita violenza che portò alla loro morte; la loro storia è raccontata anche qui.

Con questa giornata parte anche la campagna “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”, avviata la prima volta nel 1991. Si è poi trasformata in una ricorrenza annuale che vede coinvolte con eventi ed iniziative sempre più città, stati e regioni nel mondo; ad oggi partecipano oltre 800 organizzazioni e 90 Stati. Questa campagna vuole mettere in evidenza le interconnessioni tra la condizione femminile, la violenza e i diritti umani. I “16 giorni” di attivismo abbracciano 4 date significative per questi temi: il 25 novembre, giorno di inizio, è la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”; il 1 dicembre è la “Giornata mondiale contro l’AIDS”; il 6 dicembre ricorre l’anniversario del Massacro di Montreal, quando nel 1989 quattordici giovani studentesse di ingegneria furono uccise a colpi di arma da fuoco da un misogino antifemminista; infine il 10 dicembre con la “Giornata per i Diritti Umani” si conclude la campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere.

Nei primi 10 mesi del 2017 in Italia si registravano 114 femminicidi, conto già superato dagli avvenimenti degli ultimi giorni. Enormemente più alti sono i casi di violenza fisica e psicologica, che si affiancano ad un calo delle denunce, ma non come conseguenza di un’inversione di tendenza del fenomeno (purtroppo!) ma sempre più spesso per paura di ritorsioni, vergogna (erroneamente sostenuta da una cultura retrograda che sempre più necessita di essere contrastata), nonché in molti casi per la mancanza di un’indipendenza economica che permetta di affrancarsi dai propri aguzzini.

La strada è ancora lunga, ma tutta la società è chiamata oggi, e sempre in futuro, ad avere maggiore rispetto per la vita di tutti, senza distinzioni di genere.

 

Elena Braghin

 

NOTA: Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano online 100torri.it per cui scrivo. A quanto detto sopra vorrei qui aggiungere un’ultima riflessione: ritengo che soluzioni rapide e definitive non esistano. Penso che efficace e di peso sostanziale possa essere solo un importante impegno sociale a cambiare la considerazione che si ha della donna: modificando le tradizioni, abbandonando gli stereotipi culturali e religiosi, insegnando fin dalla nascita il rispetto per la vita umana, per la persona, indipendentemente dal genere di appartenenza. Considerando il genere umano come un unicum con pari diritti, doveri, potenzialità e prospettive.

 

E.B.

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