“La metà dimenticata – Vita segreta delle donne nella Cina di oggi” di Xinran

Un libro estremamente commovente e profondamente istruttivo.

Xinran, giornalista e insegnante presso l’Università di Londra, scrisse questo libro dopo che si fu trasferita in Gran Bretagna, originaria di Pechino per molti anni fece la giornalista in Cina, in un periodo in cui sicuramente non era semplice esercitare quella professione. Sempre attenta alla condizione femminile, in Cina condusse per otto anni il programma radiofonico “Parole nel vento della sera” che le permise di entrare in contatto con moltissime donne del Paese, apprendendo tantissime storie (quasi sempre tragiche) legate alla loro vita. Giunta in Occidente si rese conto che poco o nulla si sapeva della reale vita delle donne in Cina e così decise di raccontare alcune delle esperienze vissute tramite il suo programma radiofonico. Un lavoro emotivamente molto impegnativo e che tocca con intensità il lettore. Così si esprime l’autrice riferendosi a La metà dimenticata: «[…] quel libro era la mia vita, la testimonianza dell’esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista».

Nella prefazione Renata Pisu ricorda alcune celebri frasi di Mao sulle donne: «tutto quello che gli uomini sanno fare lo sanno fare anche le donne. Invece, non tutto quello che sanno fare le donne lo sanno fare anche gli uomini» e ancora «le donne reggono la metà del cielo» sottolineando come in Occidente, negli anni settanta, queste espressioni facessero credere che in Cina la questione femminile fosse risolta, ma la realtà, come emerge da questo saggio, era ed è ancora molto diversa.

Xinran si pose una domanda fondamentale: quanto vale la vita di una donna in Cina? Una domanda che la portò ad affrontarne altre: qual è la filosofia delle donne cinesi? Cosa rende brava una donna? Che cosa è la felicità per una donna?

Questo saggio ci permette di fare un viaggio attraverso la Cina sia nel tempo che nello spazio, apprendendo storie di donne e di famiglie che hanno dovuto affrontare le più disparate difficoltà: violenze fisiche, matrimoni combinati e imposti, amori tragici, maternità, sessualità, femminilità, omosessualità, ma anche terremoti, arretratezza culturale data dall’isolamento geografico, povertà, persecuzioni politiche. Come dice la stessa Xinran, all’epoca del suo programma radiofonico, scrivere un libro del genere in Cina per lei sarebbe stato impensabile e pericoloso, rischiando anche l’arresto e il carcere.

Così l’autrice scrive nel saggio della condizione femminile cinese:

«Dopo la scomparsa delle società matriarcali dell’antichità, la posizione della donna cinese è sempre stata al gradino più basso, classificata come oggetto, come parte del patrimonio, spartita con il cibo, gli attrezzi e le armi. Solo più tardi le fu concesso di fare capolino nel mondo maschile, dove poteva però esistere soltanto ai piedi di un uomo, totalmente in balia della sua bontà o malvagità. […] La Cina ha una storia lunghissima, ma è da pochissimo tempo che alle donne è stata concessa l’opportunità di vivere la loro vita e che gli uomini hanno cominciato a conoscerle. Negli anni trenta quando in Occidente le donne reclamavano già l’uguaglianza dei sessi, in Cina stavano appena iniziando a sfidare una società dominata dal maschio, rifiutando il bendaggio dei piedi e un matrimonio scelto per loro dalle generazioni più vecchie».

Ai tempi della rivoluzione culturale, la condizione femminile era tale per cui, ad esempio, le donne che avessero l’ardire di indossare vestiti provenienti dall’estero (non necessariamente occidentali) o che tenessero abitudini straniere erano obbligate a sfilare per le strade affinché la gente potesse schernirle e umiliarle pubblicamente come punizione per il loro “crimine”, e questa si può considerare come una delle situazioni meno difficili affrontate dalle donne dell’epoca e raccontate in questo libro.

La metà dimenticata è un saggio imperdibile, a mio avviso, per chi volesse approfondire la conoscenza di un paese antico e complesso, scoprire alcune sfaccettature della sua storia e approfondire la condizione femminile in una Cina che ancora oggi lotta per trovare un equilibrio. Girando per una grande città come Pechino, un semplice turista non ha modo di comprendere la situazione femminile attuale; benché adesso si vedano moltissime coppie di giovani innamorati a spasso per la città, dove si è instaurata persino l’abitudine per i ragazzi di portare la borsetta della propria compagna come gesto d’affetto, non si riesce facilmente a scalfire la superficie e addentrarsi nella comprensione dei valori e del processo di crescita che affrontano oggi le giovani ragazze cinesi. È una nazione in cui le credenze tramandate di generazione in generazione sono ancora molto radicate, come ad esempio per le ragazze quella di non potersi lavare i capelli, fare il bagno o mangiare anche solo un semplice gelato nel periodo delle mestruazioni. Forse tutto è ancora da ricercarsi in una scarsa informazione sulla sessualità, che non supera il tabù della vergogna sentita per certi argomenti, ma lascia le giovani donne in balia di errate credenze e non dette verità. Inoltre, l’abisso culturale tra chi vive nelle città e gli abitanti delle campagne, ancora troppo spesso abbandonati a se stessi e privi di un adeguato accesso all’istruzione, rende in questi luoghi la condizione femminile estremamente complessa: i rapimenti dei bambini sono una realtà tragicamente diffusa in Cina (diretta conseguenza della “politica del figlio unico” che oggi è causa di un enorme squilibrio numerico tra uomini e donne), spesso le femmine vengono rivendute nei mercati neri come mogli o come schiave, con l’unica speranza di riuscire un giorno a fuggire e ritrovare la famiglia di origine, sempre che il loro rapimento avvenga in età tale da poterne avere memoria. Ma la Cina è una nazione dalle enormi potenzialità, dove è per tutti famosa la storia della loro prima Top Gun delle forze armate e della sua tragica fine; ma anche dove solo l’anno scorso sono avvenuti gli arresti di alcune rappresentanti di un movimento femminista che iniziava a far sentire troppo la propria voce; un paese dalla storia millenaria alla continua ricerca dell’equilibrio.

La metà dimenticata di Xinran è un saggio sulle donne e la storia della Cina da non perdere.

 

La metà dimenticata – vita segreta delle donne nella Cina di oggi, Xinran, 2006, Sperling & Kupfer Ed., € 16,00 – € 9,20

 

E.B.

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“Cara Ijeawele” di Chimamanda Ngozi Adichie

Questo libro è illuminante, coinvolgente e assolutamente da condividere.

Scritto in forma di lettera che l’autrice invia ad una cara amica, neomamma di una bambina, dopo che le venne chiesto come crescere una figlia femminista.

Nella sua lettera affronta tanti argomenti: la maternità, la sessualità, l’amore, lo studio, il lavoro, la considerazione di sé. Esprime concetti importanti, validi per tutte le donne nel mondo e per tutte le culture, perché si tratta della vita quotidiana che tutte viviamo, seppure con le inevitabili differenze culturali (la scrittrice è orgogliosamente africana, di origine nigeriana, in alcuni passaggi narra di consuetudini tipiche dei luoghi in cui è cresciuta) ma che sono anche capaci di unire, rinvenendovi atteggiamenti ed esperienze che possono essere comuni da una parte all’altra del globo.

Il tutto condito dalla capacità di Chimamanda Ngozi Adichie di coinvolgere il lettore con una scrittura semplice, incalzante e ironica.

Una definizione del femminismo contemporaneo.

Di seguito riporto alcuni dei passaggi che mi hanno più colpito, spero possiate trovarli interessanti e d’ispirazione anche voi.

  • “L’idea dei ruoli di genere è una grande sciocchezza. Non dirle mai che deve fare o non fare una cosa perché è una femmina. «Perché sei una femmina» non è mai una buona ragione. In nessun caso. […] Se non mettessimo ai bambini la camicia di forza dei ruoli di genere daremmo loro spazio per raggiungere le loro piene potenzialità
  • “Insegnale a bandire l’ansia di compiacere. Il suo obiettivo non è rendersi piacevole agli altri, il suo obiettivo è essere pienamente se stessa, una persona onesta e consapevole della pari umanità degli altri. […] Dille che se qualcosa la mette a disagio deve alzare la voce, deve esprimersi, deve urlare
  • Femminismo e femminilità non si escludono a vicenda. È da misogini pensare che sia così”
  • La vergogna associata alla sessualità femminile ha a che fare con il controllo. […] Non collegare mai sessualità e vergogna. O nudità e vergogna”
  • “La maternità è un dono fantastico, ma evita di definirti solo in termini di maternità. Sii una persona completa. […] Faccende domestiche e assistenza dovrebbero prescindere dal genere, e ciò che dovremmo chiederci non è se la donna sia o non sia in grado di «far tutto da sé», ma piuttosto come dare supporto ai genitori nel loro duplice ruolo sul lavoro e a casa. […] Fatelo insieme. Un padre è altrettanto «verbo» di una madre
  • “Insegnale che NON è l’uomo che si occupa del sostentamento. In una relazione sana, del sostentamento si occupa chi se ne può occupare
  • “Insegnale a non universalizzare mai i suoi modelli di esperienza. Quei modelli valgono per lei, non per gli altri. È l’unica forma necessaria di umiltà: capire che la differenza è normale

 

Cara Ijeawele – Quindici consigli per crescere una bambina femminista, Chimamanda Ngozi Adichie, 2017, Einaudi, € 15,00, disponibile anche in e-book.

E.B.

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Gender Pay Gap, il divario salariale tra uomo e donna

Il World Economic Forum (WEF) nel 2015 ha stilato un rapporto sule differenze di genere, mettendo a confronto 145 Paesi nel mondo (i risultati di questo rapporto sono stati presentati in un precedente articolo e li potete leggere cliccando qui). Secondo gli esperti del WEF, a fronte delle analisi effettuate, per colmare il “pay gap”, cioè il divario salariare tra uomo e donna a parità di ruolo, ci vorranno ancora 116 anni. Quindi, conti alla mano, andando avanti così le cose la parità salariale tra uomo e donna non si realizzerà prima dell’anno 2133.

Disarmante? Frustrante? Decisamente sì.

In Italia, secondo un’indagine di Almalaurea su un campione 210mila laureate, dopo un anno dalla laurea e a parità di condizioni l’uomo guadagna il 14% in più della donna; dopo 5 anni la percentuale sale al 22%. Questi dati non fanno altro che confermare una condizione di discriminazione che genera per le giovani laureate una prospettiva economica e professionale poco soddisfacente. Nel primo anno dalla laurea il dato si fa più preoccupante per le donne che hanno già un figlio a carico per le quali la percentuale di coloro che trovano un impiego scende al 27% rispetto al 39% delle colleghe neolaureate senza figli. Da evidenziare però come dopo 5 anni si inverta la tendenza. In Italia, inoltre, le donne dopo la nascita del primo figlio non sono sufficientemente supportate da sistemi di welfare (tra i quali idonei servizi per l’infanzia come ad esempio gli asili nido aziendali), che potrebbero indurre le stesse a cercare un’occupazione o a non abbandonarla per difficoltà nell’organizzazione quotidiana. In Italia il tasso di occupazione femminile nel 2010 si attestava al 46,1%, quasi 10 punti in meno rispetto alle previsioni dell’Unione Europea stabilite dal Trattato di Lisbona.

La situazione non è delle migliori neanche per gli altri paesi sul Mediterraneo, come nel caso della Spagna dove agli inizi del 2017 il pay gap tra uomo e donna a parità di impiego si attestava al 23,50%, come analizzato in questo articolo pubblicato su El Mundo. Una situazione che negli ultimi anni, contro tutte le migliori prospettive, è andata peggiorando: passando da una differenza del 22,55% nel 2010 al 23,25% del 2014.

 

L’economicità della parità salariale anche per le aziende e come cercare di ridurre il divario

Il problema della disparità di trattamento salariale è dannoso economicamente anche per le stesse aziende che lo praticano: quelle che hanno delle donne in posizione apicale tendono ad avere maggiori profitti, come emerge da uno studio effettuato su un campione di 22000 aziende in 91 Paesi, ad opera del Peterson Institute for International Economics, un gruppo noprofit con sede a Washington, e della società di revisione Ernst and Young, citato anche da un articolo del New York Times. Avere almeno il 30% delle donne in posizione di leadership aumenta del 6% il margine di profitto di una azienda.

Come suggerisce Rohma Abbas nel suo articolo Why should employers care about the gender pay gap?”, che potete leggere cliccando qui, il primo modo con cui le aziende possono cercare di ridurre la disparità salariale è smettere di chiedere in fase di assunzione la storia dei salari precedentemente percepiti. La domanda sull’importo del precedente stipendio non fa altro che incrementare il pay gap, perché tende a cristallizzare l’iniquità salariale a cui spesso le donne erano già soggette col precedente impiego. Sulla base di questi presupposti è stata così formulata nello stato USA del Massachussets la “equal pay law”, che entrerà in vigore a partire dal 2018, che vieta ai datori di lavoro di chiedere dei salari precedentemente percepiti. Un ottimo esempio proattivo che si spera abbia un seguito ben più ampio e che si estenda anche oltre confine.

Anche promuovere, tramite workshop o simili, l’aumento di competenze negoziali potrebbe aiutare a ridurre il divario salariale. Molto spesso in fase di assunzione le donne sono restie ad intraprendere una negoziazione relativa all’importo del proprio stipendio, perché temono di essere percepite dal datore di lavoro come aggressive o irrispettose.  Promuovere corsi per aumentare le competenze negoziali permetterà inoltre di avere impiegati e manager più capaci ed efficaci nei loro ruoli.

Per le società che soffrono di una disparità di genere in settori specifici potrebbe essere d’aiuto programmare un percorso di carriera specifico come soluzione a lungo termine che riduca il divario salariale e altre disparità di genere. Promuovendo inoltre specifiche politiche di genere, come quelle relative ai benefits per maternità e paternità, o possibilità di lavoro a distanza.

Esistono molti altri possibili sistemi da utilizzare per promuovere la parità salariale, in Italia e in molti altri paesi del mondo la strada è ancora lunga, ma l’augurio è che non si debba aspettare fino al 2133 per ottenerla. Penso sia importante per raggiungere l’obiettivo di una piena parità di genere (nel mondo del lavoro e oltre) non perdere mai la visione di insieme, perché altrimenti si rischia di costruire una coperta troppo corta che scopre i piedi quando vuole coprire la testa. Per questo nel prossimo articolo vi racconterò di un altro problema che affligge il mondo del lavoro: il glass ceiling, noto in Italia come “soffitto di cristallo”.

 

E.B.

 

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Come può influire la semantica sulle questioni di genere

La semantica, intesa come quel il ramo della linguistica che studia il rapporto tra significante e significato, è (o perlomeno dovrebbe essere) sempre alla base della formulazione di un pensiero, in special modo quando tale pensiero viene verbalizzato e condiviso con un grande pubblico.

Qui vorrei presentare una mia riflessione, emersa negli ultimi giorni leggendo alcuni titoli di giornale.

Mi riferisco, ad esempio, all’ultimo numero della rivista Internazionale, dedicato in copertina alle donne e alle rivendicazioni promosse nel mondo, dove campeggia la seguente frase:

“Dagli Stati Uniti all’Asia un movimento contro il potere maschile”

Non intendo entrare nel merito dei contenuti, ma evidenziare quello che credo sia un problema di male utilizzo della parola e dei significati impliciti che da ciò possono derivare.

Un problema di semantica, appunto.

Personalmente ritengo che definire la ricerca di una parità di genere come un “movimento CONTRO il potere maschile” sia intrinsecamente sbagliato. Forse potrebbe andar bene parlando di strapotere maschile, oppure di abuso di potere maschile, o ancora di unicità decisionale maschile, ma non di potere maschile in sé. Dico questo perché se l’obiettivo è una parità di genere reale di considerazione e di opportunità, non possiamo scatenare una guerra contro il “potere maschile”, perché se c’è il merito è giusto riconoscerlo e in un’ottica di parità di genere ciò deve valere sia per la donna che per l’uomo.

Se a parità di condizioni e con equità di giudizio un uomo è più meritevole di una donna è giusto che sia lui a prevalere; viceversa se più meritevole risulta essere la donna allora sarà lei a dover prevalere. Così è la parità di genere.

Il vero problema è ottenere una parità di condizioni e un giudizio equo e non parziale. Su questo dovrebbero basarsi le rivendicazioni femministe. Su questo dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ponendo maggiore attenzione alle parole utilizzate, non riducendo il problema ad una mera guerra dei sessi, che certamente non porterebbe giovamento a nessuno.

E.B.

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Le discriminazioni di genere nel mondo del lavoro

Ormai non è certo una sorpresa che nel mondo del lavoro esistano delle discriminazioni di genere. Benché negli ultimi decenni siano stati introdotti nuovi meccanismi normativi per cercare di porre rimedio al fenomeno, il percorso risulta essere ancora in salita per le donne lavoratrici, tanto più se madri o con un progetto di maternità futura.

Tenete presente che questi fenomeni non sono certo localizzati solo nel nostro Bel Paese, ma come vedremo affliggono, con gradi diversi, buona parte del mondo. Segno che oltre agli interventi normativi serve davvero un cambiamento socioculturale diffuso.

Qui vorrei analizzare brevemente la situazione da una prospettiva più ampia.

 

Il rapporto del World Economic Forum

Secondo il rapporto stilato dal World Economic Forum (WEF) nel 2015 sulle disparità di genere, il lavoro fatto negli ultimi anni dagli stati per diminuire il divario tra uomo e donna è entrato in una fase di stallo.

Il rapporto WEF ha stilato una classifica sulla realizzazione di una efficace parità di genere analizzando, per ogni Stato, i diritti di uomo e donna, in quattro campi specifici: salute, educazione, capacità economica e partecipazione politica.

I primi posti appartengono ai Paesi Nordici: Islanda (1), Norvegia (2), Finlandia (3) che pur non avendo una piena parità di genere raggiungono il podio su 145 Paesi. L’Italia si piazza a quota 41, tra le Bahamas (40) e la Colombia (42).

La classifica completa la trovate qui.

Da notare come su 145 Paesi nel mondo solo quattro abbiano una maggioranza di donne attive nel mondo del lavoro, sono tutti stati africani: Ruanda (sesto in classifica sopra USA, UK, e Italia), Malawi, Mozambico e Burundi.

In questi Stati dopo il genocidio sono stati fatti grandi sforzi per portare molte più donne in politica, ottenendo così ottimi risultati: adesso il 64% dei loro Parlamentari sono donne. Anche sul piano lavorativo sono all’avanguardia rispetto alla percentuale di donne attive, che ad oggi supera l’occupazione maschile.

Nelle disparità di genere il rapporto WEF evidenzia come nell’ultimo decennio i maggiori progressi siano stati fatti nell’ambito dell’accesso all’educazione. Giungendo addirittura ad una inversione di tendenza nell’ambito dell’educazione superiore, dove emerge il dato significativo che in ben 98 paesi le donne neolaureate sono più numerose degli uomini. Questo dato, però, non trova ancora degno riscontro in ambito lavorativo, dove le donne, superate le discriminazioni in fase di accesso, si trovano spesso (e in buona parte del mondo) a dover affrontare situazioni come il “pay gap” e il “glass ceiling” (argomenti che affronteremo nei prossimi articoli); si evidenzia inoltre una tendenza al mobbing soprattutto ai danni delle donne.

Secondo i dati del WEF solamente tre stati nel mondo hanno più donne che uomini a ricoprire posizioni di comando, sono: le Filippine, le Fiji e la Colombia.

I dati suggeriscono anche che a livello globale le donne percepiscono economicamente quello che gli uomini percepivano 10 anni fa. Segno inequivocabile che molti sono i cambiamenti ancora necessari per ottenere una equa distribuzione di donne e uomini nel sistema paese di ogni stato nel mondo. E non solo, anche e soprattutto un equo trattamento e un’equa considerazione, che si basi sull’apporto che ognuno può fornire in base alle proprie competenze ed esperienze, senza guardare se si indossano la gonna o i pantaloni e tantomeno se si hanno figli o si progetta di averne.

Nei prossimi articoli vi presenterò in particolare due fenomeni caratterizzanti le discriminazioni di genere nel mondo del lavoro: il “pay gap” ossia la diversa retribuzione percepita da uomo e donna a parità di ruolo e mansioni; e il “glass ceiling” cioè lo sbarramento in salita che molto spesso le donne incontrano nel voler ricoprire cariche manageriali.

 

E.B.

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